abbazia di San FeliceGiano dell'Umbria e l'abbazia di San Felice

Lungo la dorsale dell'antica strada Flaminia, in provincia di Perugia, si trova Giano dell'Umbria.
Giano è un suggestivo borgo medioevale nato dall'unione di due impianti fortificati e è costruito in modo digradante a partire dal centro urbano, dove si incontra con il Palazzo comunale e la chiesa parrocchiale di S.Michele (sec. XIII).
Le mura di cinta sono ben conservate e presentano resti romani e medioevali.
Appena fuori le mura si può visitare la chiesa di S.Francesco che presenta il tipico impianto a una sola navata degli edifici mendicanti (cioè fondate dai frati predicatori) e tramanda il messaggio culturale del movimento francescano, ben visibile nel ciclo di affreschi della cappella del Crocifisso, attribuito a Giovanni di Corraduccio (pittore di Foligno, XIV-XV secolo)
Usciti dal paese si arriva all'abbazia di San Felice, capolavoro di architettura romanica umbra con influssi lombardi, il quale presenta forti similitudini con le chiese di Spoleto.
Le caratteristiche romaniche dell'edificio, ofuscate da interventi eseguiti nel '700, sono state riportate alla luce grazie all'accurato restauro del 1958.
L'interno è a tre navate suddivise da colonne, il presbiterio è sopraelevato.
Nella cripta si trova il sarcofago del Santo.
Il culto di San Felice nasce in seguito al suo martirio sotto Diocleziano e Massimiano.
Le sue ossa sono custodite, in un primo tempo, all'interno in un piccola basilica che nell'XI secolo assume la struttura monumentale che ha oggi.
Fino al 1450 è la sede dei Benedettini ai quali seguono nel 1813 gli Eremitani Agostiniani della Congregazione Perugina.
Dal 1815 è sede Missionari del Preziosissimo Sangue, che ne hanno fatto una Casa di Spiritualità.
Dal 15 agosto dello stesso anno San Gaspare del Bufalo fondò la Congregazione.
L'abbazia è un luogo ideale per esercizi e incontri spirituali, giornate di preghiera e di ritiro individuale o comunitario. La Messa festiva è alle ore 10.
Il 21 ottobre si celebra San Gaspare del Bufalo, fondatore della Congregazione; il 30 ottobre ricorre San Felice, Patrono di Giano dell'Umbria.


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Se è vero, come è vero, che l'Umbria è un insieme di quadri ambientali, il borgo di Giano dell'Umbria è un affresco armonioso di colori, dove tutto sembra forgiato dall'uomo, perfino le sfumature di verde.
La piazza del paese, piccola, semplice, discreta e linda, non è più il centro della sua vita pulsante, perché i giovani sono quasi tutti nella frazione di Bastardo.
Un tempo, invece, era più colorata e chiassosa, soprattutto di sera e durante le feste comandate. Adesso, quelli che salgono fin quassù, lo fanno esclusivamente per incontrare qualche amico al bar, soprattutto d'estate, quando la canicola brucia la piana, oppure per recarsi in comune.
Sulla piazza, infatti, si affaccia la civica residenza e il castello. Quest'ultimo, benché di dimensioni ridotte, ha una complessa struttura fondata sull'unione di due impianti fortificati.
Fu organizzato in modo digradante a partire dal vertice urbanistico, dove si innesta pure la parrocchia di S.Michele, del XIII secolo.
Molti spazi ti riportano indietro nel tempo, come le vie selciate e la geometria di vecchie stalle ormai chiuse da anni e trasformate in saloni o garage.
I più anziani, però, ricordano bene il muggito delle mucche o il raglio di qualche somarello che si levava da questi luoghi.
Tempi lontani, immersi solo nella memoria di chi c'era e che, con i suoi racconti, ti fa immergere nella dimensione del cuore di Giano.
Tempi belli e brutti.
"Belli fino ad un certo punto – commenta un vegliardo - perché le piaghe sociali erano tante e i divertimenti pochi."
E così dicendo rammenta la festa della Frasca, che ancora oggi si celebra per la buon finita della raccolta delle ulive.
"Era una tradizione contadina tipica di questa zona, legata al periodo della raccolta e lavorazione delle olive. Una volta terminata la fase della raccolta, si celebrava la "buonfinita", allestendo sulle aie delle feste improvvisate, addobbando con piccoli doni, destinati in genere al padrone o al "caposcala" (il coordinatore degli operai; ndr) un tralcio di olivo, chiamato in dialetto la frasca.
Intorno alla pianta addobbata si raccoglievano tutti i protagonisti e al suono degli organetti si ballava il "salterello", si recitavano stornelli e si degustavano i nostri piatti semplici, accompagnati dal vino generoso.
Per vestire l'olivo a festa si utilizzavano gli oggetti più svariati, dai nastri colorati alla frutta, dalle caramelle ai piccoli giochi per i bambini, compresi i modesti doni per i festeggiati, come ad esempio calze o cravatte."
La tradizione è rimasta viva fino alla fine degli anni Cinquanta.
Il comune l'ha rispolverata nel 1996. Un carro, tirato dai buoi, trasporta la "frasca" addobbata fino alla piazza del paese, accompagnata dai coglitori in abiti d'epoca, come il "guazzarone" (una sorta di tunica utilizzata per ripararsi dall'umidità, dalla nebbia e dai rigori invernali frequenti in epoca di raccolta), strumenti originali (come i rastrelli di legno e il "cojituio") e un gruppo folk che ha rievocato i canti e le danze della tradizione contadina.
In questa occasione, anche i residenti nella fazione di Bastardo salgono fino al paese.
Campanilisti? a Giano non hanno dubbi, ma d'altronde questa frazione, sviluppatasi soprattutto nel dopoguerra, rappresenta la zona più abitata ed industrializzata dell'intero territorio comunale.
Un angolo moderno, in netto contrasto con quanto riserva l'antico cuore del comune. Dieci anni fa, un folignate, Giuseppe Morichini, sfrattato dal terremoto, trovò casa a Bastardo e iniziò una sorta di crociata contro il nome.
Gli sembrava irriverente ed offensivo. Sembrava una cosa seria, ma alla fine gli abitanti di Bastardo si tirarono indietro, preferendo tenersi il nome del proprio territorio, che prenderebbe la sua etimologia dalla vecchia "Osteria del Bastardo". Il nome –dice uno storico- era dovuto agli incerti natali del gestore dell'antica stazione di posta lungo la via Flaminia.
Negli anni 1920, fu abbreviato nella curiosa forma odierna. Gia nel 1933, però, ci fu un primo tentativo di modificare il nome con Villa Romana, Termoelettropoli o Lignilia.
Tutte le proposte, discusse, osteggiate e caldeggiate non trovarono mai un punto di saldatura fra gli abitanti e caddero nel dimenticatoio.
Oggi Bastardo è nota anche per la centrale termoelettrica prospiciente nel territorio di Gualdo Cattaneo.
É costituita da due sezioni a vapore, alimentate da carbone e olio combustibile ed è entrata in servizio nel 1967. Attualmente, sono sfruttate costantemente ed a pieno carico. Il raffreddamento dell'impianto avviene con delle torri che non usano acqua proveniente da sorgenti fredde. Data la presenza di rondini, che nidificano nella struttura, l'impianto è stato soprannominato recentemente "centrale delle rondini".

Ma torniamo alla piazza del Municipio, nel cui palazzo si conserva una eccezionale raccolta di reperti romani, come il cippo che reca una dedica agli dei Lari.
Il nome Giano deriva quasi certamente dall'antico culto al dio omonimo. Il villaggio, infatti, sorse nei pressi della consolare Flaminia, il cui antico tracciato corrispondeva all'incirca a questa zona.
Salendo, lungo i viottoli del borgo, si notano i resti di tre cinta di mura romane e casette medioevali. Secondo alcuni storici, Giano sarebbe stata costruita sulle rovine dell'antica Martana, distrutta dai longobardi.
In età feudale, risorse e divenne un importante castello dominante sulle vallate sottostanti, dove si affacciano castelli minori: Castagnola, Montecchio, Camporeggiano, Morcicchia ed altri ancora che conservano intatto il colore ed il sapore dell'antica montagna, in purità ed innocenza.
I castelli di Castagnola, Montecchio e Morcicchia, dei quali rimangono alcune torri superstiti, sono beni culturali di cui tutti vanno orgogliosi. E poi lo scenario: è così ben raccolto che quando giunge il momento di tornare a casa, il consiglio è di portare con noi la voglia di tornarci al più presto.

Giano dell'Umbria è ubicato in una stupenda posizione paesaggistica alle falde del monte Martano. Il borgo ti sorprende con i suoi scorci medioevali e la sua caratteristica collina, dove i secoli passati sembrano scandire ancora i ritmi e lo spirito utili a vivere a fondo queste zone rurali.
Gli anziani dicono che i giovani sono in "fuga", perché mancano i divertimenti e quindi cercherebbero altrove un destino più rassicurante.
D'inverno, quando le ombre della sera avvolgono il borgo, gli usci di tutte le case si sprangano. É finito il tempo di lasciare le chiavi sulla toppa della porta. Tutto intorno suggestivi paesi ricchi di storia e di arte. A pochi chilometri la splendida Abbazia di S.Felice, capolavoro dell'arte romanica. La cripta conserva l'arca che custodisce le reliquie del santo martire. É nella zona detta "Normandia". Qui i Normanni hanno stazionato davvero prima di sferrare l'attacco al ducato di Spoleto. A Giano si può ritrovare il cuore della semplicità, anche attraverso la sua cultura gastronomica, che testimonia la storia della cucina povera.
Una cucina che punta alla valorizzazione dei suoi prodotti tipici, come l'olio e il vino. Due simboli del legame profondo dei gianesi con la propria terra.


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