Curtis, villa, castello. Monumento. Dal latino all'italiano, passando per il volgare. Una storia millenaria che rischia di sparire perché manca la memoria, la consapevolezza del presente. La contezza del valore storico, artistico e monumentale di un tesoro che spunta e si staglia lì a pochi metri da casa, nel cuore di una regione e di un comune che forse nemmeno lo sanno.
L'ordinanza che non c'è, un vuoto della burocrazia e della politica, trasforma il rumore sordo del sisma marscianese di un anno fa in un angosciante de profundis.
Rischia il crollo, da qui a pochi mesi, il borgo di Sant'Apollinare. Cadono a pezzi la torre merlata, la rocca non rocca ("arces non arces" la definivano gli antichi) e il borgo annesso: nel complesso unico esempio in Umbria di fortilizio risalente al XVI secolo rimasto tale e quale: dopo la ricostruzione del 1416 - a seguito della vendetta di Braccio Fortebracci: venne danneggiata dal condottiero montonese che voleva vendicarsi degli sbarbi perugini e però subito ricostruita - non è stata più toccata se non nello scorso secolo (anni settanta) per interventi esclusivamente conservativi. Il terremoto del 15 dicembre 2010 è stato una catastrofe: sono crollati solai, la struttura è stata pesantemente danneggiata, la torre è stata puntellata ma non basta. L'assenza di un pur minimo intervento somma danno al danno, le crepe si allargano, di mese in mese, e in un anno hanno guadagnato decine di centimetri.
Sono saltate le "chiavi", le grosse travi soffitti vengono giù, cedono, le mura si deformano, quelli che erano i precisi rettangoli delle grosse entrate nelle stanze alte oltre quattro metri sono diventati rombi. I proprietari, che abitano il castello come prima casa - anche questo una rarità - senza utilizzarlo per scopi turistici o commerciali (se non per organizzare, sporadicamente, quale matrimonio privato, ndr), chiedono parità di trattamento: le altre abitazioni private hanno ottenuto l'attenzione giusta, legittima e sacrosanta dell'amministrazione e degli altri enti locali, ma sopra Sant'Apollinare, sebbene i danni visti e misurati siano oggettivamente mediamente più gravi rispetto alle altre frazioni, è scesa una coltre di silenzio. Imbarazzante.
Eppure qui qualcuno ha rischiato anche di rimanerci: una stanza da letto praticamente non c'è più e la notte prima della scossa ci stavano dormendo.
 Il valore di quello che gli asettici tecnici degli uffici chiamano immobile è, senza retorica, inestimabile: se ne hanno notizie già dall'anno Mille, si incrocia con la storia più nobile del capoluogo (per secoli era concesso in enfiteusi dall'Abbazia di san Pietro), dall'uccisione di Biordo Michelotti, agli scontri succitati con Braccio, fino ad arrivare alle vicissitudini dei marchesi Graziani. Omicidi misteriosi, passaggi segreti, faide familiari, un'intera comunità che ha attraversato secoli e secoli. Fino ai primi decenni del Novecento le famiglie, prima ancora i "focolari", erano quasi cento. Tracce di un passato ancora più remoto si trovano tra l'altro nella cantina bizantina (Sant'Apollinare si trovava al centro del noto "corridoio") e nelle tombe etrusche che gli avi adattarono a ghiacciaia. Oggi lo spaccato, mai termine fu più acconcio, è desolante, il castello è sull'orlo del baratro, quello scrigno del Tempo, con tutti i tesori ancora custoditi (non ultima la tela di Polidoro Di Stefano Ciburri) è alla mercede dei peggiori nemici: degrado e incuria. Pensare che dozzine di razzìe, incendi - anche un "primo" terremoto devastante nel 1328 - hanno messo spesso in ginocchio Sant'Apollinare, che però si è sempre rialzata. Stavolta, tuttavia, per la prima volta nella storia, non c'è nessuno a tenderle la mano.


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