Il grosso della gente la ricorda come la voce dei Dirotta su Cuba, per forza. D'altronde c'è stato un momento, intorno a metà degli anni Novanta, in cui la band toscana era davvero popolare. Oggi Simona Bencini è tutta un'altra cantante. Dai Dirotta, come li chiama lei, è uscita già da una decina d'anni, durante i quali s'è molto data da fare, tra collaborazioni, dischi solisti e, beh, pure un musical. Ed ora, dulcis in fundo, ecco anche il jazz: un quartetto, un disco, un tour. Sabato li potremo ascoltare a Todi, Simona e il suo L.M.G. Quartet, alla Sala dell'Arengo, per Cittaslow in Festival.
"Mi ci è voluto un po' per arrivare al jazz"
, dice lei.
"L'incontro coi Dirotta su Cuba fu una folgorazione: amavo da sempre la black music ma non l'avevo mai sentita fatta in italiano. Io ero una cantante acerba, grezza, con loro sono cresciuta, mi sono formata. Per il jazz allora non avevo ancora gli strumenti, vocalmente e a livello di comprensione. Poi, pian piano, con l'ascolto e l'esperienza mi sono avvicinata sempre di più. Soprattutto dopo l'uscita dai Dirotta, lavorando con alcuni artisti importanti, ho capito che possedevo quella che io chiamo una jazz attitude. E inoltre il jazz si addice al momento che sto passando nella mia vita personale. Sono diventata madre, ho più senso di responsabilità, più consapevolezza in tutto quel che faccio. Sono più predisposta al jazz come linguaggio, ecco, come forma di comunicazione."
A proposito dei Dirotta su Cuba, nel 2009 avete fatto un reunion live per i vent'anni dai vostri inizi. È stato solo un episodio o può darsi che vi rivedremo insieme a breve?
"Sicuramente non è un'esperienza chiusa per sempre. Ma per il momento è in sospeso. Ai tempi della reunion abbiamo parlato di un possibile nuovo lavoro discografico, abbiamo anche buttato giù alcune idee. Ma non è ancora ora. Diciamo che abbiamo decise di lasciarle maturare un po'."
Prima parlava delle sue collaborazioni da solista. A scorrere il suo curriculum si vede che sono veramente tante: è solo curiosità o c'è anche un po' di paura di non avere le spalle abbastanza larghe per farcela da sola?
"Voglio essere sincera. Questa componente esiste. Io dico che la mia voglia di collaborazioni ha due spiegazioni di fondo. La prima: quando stavo coi Dirotta era difficile fare altro, eravamo completamente concentrati sulla band. Questa cosa l'ho un po' sofferta, così quando sono uscita mi sono messa a chiamare tutti quelli con cui mi andava di fare qualcosa. La seconda spiegazione sta proprio nel fatto che come ogni artista sono un po' insicura. E quindi sì, spesso ho pensato che col contributo di altri musicisti il prodotto finale potesse essere migliore. Non vedo perché nascondermi: di fatto si è rivelato uno stimolo per realizzare cose anche molto belle."
Parliamo del musical: fino a pochi giorni fa ha fatto Mary Magdalene nel Jesus Christ Superstar di Massimo Romeo Piparo.
"È stato bellissimo. Non potevo cominciare con un musical migliore di questo. Forse Jesus Christ Superstar è quello con le canzoni più belle, sarà difficile trovare di meglio, in futuro. Ed è stato bello vedere tutta quella gente a teatro, anziché seduta davanti alla televisione. È una cosa che mi fa ben sperare per il futuro dell'Italia."
Ci tolga una curiosità. C'era questa band, ad inizio anni Novanta, che imperversava nelle notti fiorentine. Quattro donne, quattro cantanti. Tra le quali, tu e Irene Grandi…
"Già (ride, ndr.), le Matte in Trasferta. Volevamo diventare tutte e due delle rockstar, sai. Firenze è piccola, il circuito dei locali pure, così a un certo punto ci siamo trovate e abbiamo messo su questa band con noi quattro che cantavamo a cappella accompagnate da un pianoforte e una chitarra. Avevamo un repertorio variegato, dal soul agli italiani, da Respect ai Giardini di Marzo. Eravamo brave. E riscuotevamo un successo notevole tra il pubblico maschile".


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