Umbria Rock da applausi

Niente da fare, il vecchio Paul è ancora un gigante. Quando si è seduto al pianoforte per intonare le prime note di You do Something to me il sole era già tramontato da un pezzo dietro il campanile della pieve di Santa Maria in Pantano, e la sconfinata distesa di campi ondulati a cui lo spirito visionario del businessman inglese Yash Bajaj aveva sovrapposto l'immagine romantica di una piccola Glastonbury umbra era tutto un rincorrersi di buio e luci da palcoscenico.

Paul Weller, nome di punta della prima edizione di Umbria Rock, sabato sera ha fatto capire a tutti cosa significa essere un pezzo di storia del rock. Prima di lui, anche i Charlatans di Tim Burgess avevano regalato un set niente male. Atmosfera splendida e grande musica. Così come sarebbe accaduto, pur al netto della classe di Weller, l'indomani, domenica, con la chiusura affidata a Cribs, James e soprattutto Kaiser Chiefs.

Tutto bene, quindi? Non esattamente. Le note dolenti, nell'atto primo della manifestazione ideata da Bajaj, ci sono.
Anche se riguardano soprattutto le tasche degli investitori che il manager di origini indiane innamorato dell'Umbria ha coinvolto in quest'impresa.
Perchè il pubblico pagante, nella tre giorni di Massa, è stato pochino.
Si parla di seimila presenze totali, e forse si arrotonda per eccesso.
Venerdì e sabato c'erano un paio di migliaia di persone, domenica più o meno la metà. Per ritenersi soddisfatti, aveva detto Bajaj, sarebbero dovute essere cinquemila a sera. Due volte e mezzo tanto, cioè.
Facendo due conti facili facili, considerando che il primo giorno, dopo la defezione dei Basement Jaxx, i biglietti costavano un euro, e tenendo per buoni i cinquanta euro canonici per sabato e domenica, nella migliore delle ipotesi dovrebbe essere rientrato grosso modo un quinto o un quarto dell'investimento iniziale, stimato sul milione.

Però le prime edizioni sono difficili, ha detto Bajaj in sede di bilancio, si sa, e lui e i suoi soci non si fanno spaventare.
D'altronde è vero che chi ha vissuto da spettatore Umbria Rock se l'è goduto appieno. Spazio meraviglioso, clima internazionale, comodità e ottima musica.
Per l'anno prossimo i piani a quanto pare sono immutati, anzi si rilacia.

"Porteremo anche band americane", ha assicurato il patron, che stavolta è dovuto partire in clamoroso ritardo, sia con l'organizzazione che con la promozione. C'aveva provato, ad agganciare qualche pezzo da novanta d'Oltreoceano (dagli Arcade Fire in giù, dicono), ma era arrivato fuori tempo massimo. Adesso di tempo per programmare ce n'à a sufficienza. Servirà per allestire una line-up più aggiornata, presumibilmente, per invogliare qualche grosso sponsor e per affinare marketing, merchandising e pubblicità. Le presenze straniere, in termini di pubblico, erano già notevoli, ma si può e si deve migliorare. Anche ragionando sulla collocazione nell'agenda estiva.

"Forse anticiperemo di una settimana o già di là", ha confidato Bajaj, "e se ci sovrapporremo ad altri festival italiani poco male: abbiamo i mezzi per competere."
Gli osservatori più attenti sapevano che difficilmente le cose sarebbero potute andare meglio di cosi, quest'anno, soprattutto in virtù di un cartellone di qualità ma un po' retro. Ma, fidatevi, Umbria Rock al quale ieri l'Indipendent ha dedicato un entusiasta report:
"la combinazione ideale tra una location culturale e grande musica dal vivo che potrebbe fame un must da mettere sempre m calendario"
Corriere dell'Umbria Martedì 5 Agosto 2014


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